• Spitz Parkli

    “Cui sesto tu? No sarstu righe un monstri?”

    “Po si’ po! Jo o soi Spitz!”

    C’è una fascinazione sottile che si innesca quando le antiche voci delle montagne risuonano nel cuore di una metropoli.Queste parole evocano lo Spitz Parkli, il nome che a Pontebba e nelle valli friulane viene dato ai Krampus, le creature dai volti sporchi di cenere e dalle piccole corna che emergono dai boschi per accompagnare San Nicolò. Sono figure in bilico tra il demoniaco e il protettivo, custodi di un folklore alpino e di una magia boschiva profondamente radicati.

    Ieri sera, questa memoria selvatica ha trovato casa nel Marais, a Parigi. Alla libreria italiana La Tour de Babel, insieme a EFASCE, abbiamo presentato la mostra “Créatures Fantastiques” dell’illustratrice Federica Pagnucco. Le sue opere, che potrete scoprire per tutto il prossimo mese, non sono solo illustrazioni, ma varchi visivi che traducono il mistero delle valli in arte tangibile.

    Parlando con Federica durante la serata, mi ha consegnato una riflessione che racchiude il senso profondo di questo incontro:

    «Abbiamo tutti bisogno di storie e di sogni».

    Ed è proprio così. Ascoltare i racconti delle antiche tradizioni friulane, tramandate oralmente di generazione in generazione, mentre la vita parigina scorreva oltre le vetrine, è stata una conferma. Una vera flânerie non è solo un cammino fisico per le strade della città, ma anche un viaggio intimo e necessario nei boschi dell’immaginazione.

    Se siete a Parigi andate a visitare la mostra.

  • Luci a Montparnasse

    Ci sono giornate in cui l’ispirazione ti investe in modo inaspettato, quasi per contrasto. Passare qualche ora al Salon de la Photo è sempre un’esperienza che ti riempie gli occhi: padiglioni illuminati, presentazioni di obiettivi all’avanguardia, sensori che promettono l’impossibile e corpi macchina di ultima generazione che ho tenuto tra le mani ammirandone l’ingegneria.

    Eppure, in mezzo a tutto quel trionfo di tecnologia, ciò che mi ha davvero spinto all’azione sono state le mostre fotografiche. Guardare le stampe, perdersi nelle visioni degli autori esposti, mi ha motivato ad uscire, anche solo per un’ora, per immergermi nella strada e lavorare su uno dei progetti che mi frullano in testa.

    Così, tornato a casa la sera, ho fatto una scelta che andava nell’esatta direzione opposta rispetto a tutto ciò che avevo appena visto in fiera. Ho lasciato da parte le tentazioni dell’iper-nitidezza e ho preso in mano una delle macchine più vecchie che possiedo: la mia Fujifilm X-T1, prodotta 10 anni fa, quindi in termini digitali un vecchiume. Per completare l’opera, le ho agganciato davanti una lente ancora più datata e ricca di carattere, un vecchio Zuiko 50mm f/1.4, a messa a fuoco manuale (che probabilmente viste le foto che ho fatto é stata una scelta che probabilmente avrei fatto anche con obiettivo ad autofocus), prodotto dal 1972.

    Sono uscito con una regola precisa, un vincolo creativo autoimposto: scattare un solo “rullino” virtuale. Esattamente 36 pose a disposizione per dare vita a un nuovo FLUX.

    Per questo FLUX ho voluto spingermi oltre il singolo istante, giocando molto con le doppie esposizioni. Sovrapporre i fotogrammi, mescolando le geometrie della città, le luci e le ombre della sera direttamente in macchina, è stato un puro esercizio di immaginazione. Il vecchio Zuiko, con la sua resa così morbida e pastosa, si è rivelato perfetto per fondere queste realtà e creare atmosfere quasi oniriche.

    Certamente, un apparecchio di ultima generazione abbinato a una lente moderna avrebbe prodotto file tecnicamente più impeccabili, con una nitidezza clinica e un contrasto perfetto. Ma la fotografia non è solo un esercizio di ottica, è soprattutto l’emozione del processo. Riguardando le mie 36 pose al rientro, e in particolare il modo in cui le doppie esposizioni si sono intrecciate, sono davvero soddisfatto di alcuni scatti. Hanno un sapore autentico, una complessità visiva e un’anima che nessuna scheda tecnica potrà mai misurare.

    Ecco la FLUX-003.

  • FLUX002 – Ma davvero é ottobre?

    Mi piace profondamente l’idea che sta alla base di Flux: una sequenza di trentasei scatti, rigorosamente in ordine cronologico. È un ritmo che richiama il respiro naturale e analogico di un rullino, un limite spaziale e temporale che diventa pura narrazione. Ne avevo già accennato nel post precedente, ma questa volta il flusso si è mosso attraverso un’atmosfera del tutto inaspettata.

    Era a tutti gli effetti una domenica d’estate, eppure il calendario segnava il 4 ottobre. Ho iniziato a camminare dal 14° arrondissement scendendo lentamente verso la Senna fino a Notre-Dame, muovendomi in una Parigi che sembrava essersi riversata in strada per assorbire ogni singolo raggio di questo sole fuori stagione. C’era nell’aria quell’urgenza silenziosa di chi sa che, molto probabilmente, questa luce calda e tagliente lascerà presto spazio ai lunghi, inevitabili mesi grigi dell’inverno parigino.

    Jardin du Luxembourg

    La cosa che mi affascina sempre di più, fotocamera alla mano durante queste flâneries, è osservare le dinamiche umane all’interno di questo teatro urbano. Attraversando luoghi iconici e densamente popolati come il Jardin du Luxembourg o la piazza di Notre-Dame, il contrasto visivo e umano era evidente. Da un lato la folla, il rumore di fondo, il movimento incessante; dall’altro, la straordinaria capacità dei parigini di ritagliarsi la propria bolla di solitudine. Ho visto persone trovare un modo elegante e del tutto personale per isolarsi: chiudendo gli occhi rivolti al sole, leggendo un libro su una sedia verde del parco o semplicemente perdendosi nei propri pensieri, restando immobili al centro del caos.

    Notre_Dame

    Queste trentasei immagini sono la cronaca esatta di quella passeggiata. Nessuna alterazione temporale, solo lo scorrere dei passi e degli sguardi lungo le strade, catturando l’equilibrio precario tra l’energia collettiva della città e la quiete individuale di chi la abita.

    Ecco a voi una nuova edizione di Flux.