
Ci sono giornate in cui l’ispirazione ti investe in modo inaspettato, quasi per contrasto. Passare qualche ora al Salon de la Photo è sempre un’esperienza che ti riempie gli occhi: padiglioni illuminati, presentazioni di obiettivi all’avanguardia, sensori che promettono l’impossibile e corpi macchina di ultima generazione che ho tenuto tra le mani ammirandone l’ingegneria.
Eppure, in mezzo a tutto quel trionfo di tecnologia, ciò che mi ha davvero spinto all’azione sono state le mostre fotografiche. Guardare le stampe, perdersi nelle visioni degli autori esposti, mi ha motivato ad uscire, anche solo per un’ora, per immergermi nella strada e lavorare su uno dei progetti che mi frullano in testa.

Così, tornato a casa la sera, ho fatto una scelta che andava nell’esatta direzione opposta rispetto a tutto ciò che avevo appena visto in fiera. Ho lasciato da parte le tentazioni dell’iper-nitidezza e ho preso in mano una delle macchine più vecchie che possiedo: la mia Fujifilm X-T1, prodotta 10 anni fa, quindi in termini digitali un vecchiume. Per completare l’opera, le ho agganciato davanti una lente ancora più datata e ricca di carattere, un vecchio Zuiko 50mm f/1.4, a messa a fuoco manuale (che probabilmente viste le foto che ho fatto é stata una scelta che probabilmente avrei fatto anche con obiettivo ad autofocus), prodotto dal 1972.
Sono uscito con una regola precisa, un vincolo creativo autoimposto: scattare un solo “rullino” virtuale. Esattamente 36 pose a disposizione per dare vita a un nuovo FLUX.
Per questo FLUX ho voluto spingermi oltre il singolo istante, giocando molto con le doppie esposizioni. Sovrapporre i fotogrammi, mescolando le geometrie della città, le luci e le ombre della sera direttamente in macchina, è stato un puro esercizio di immaginazione. Il vecchio Zuiko, con la sua resa così morbida e pastosa, si è rivelato perfetto per fondere queste realtà e creare atmosfere quasi oniriche.

Certamente, un apparecchio di ultima generazione abbinato a una lente moderna avrebbe prodotto file tecnicamente più impeccabili, con una nitidezza clinica e un contrasto perfetto. Ma la fotografia non è solo un esercizio di ottica, è soprattutto l’emozione del processo. Riguardando le mie 36 pose al rientro, e in particolare il modo in cui le doppie esposizioni si sono intrecciate, sono davvero soddisfatto di alcuni scatti. Hanno un sapore autentico, una complessità visiva e un’anima che nessuna scheda tecnica potrà mai misurare.











